di Jade Rose Parker
regia Virginia Acqua
OLIVER & FRIENDS srls
Uno scherzo del genere dell’autrice francese Jade-Rose Parker è una commedia insolita che scuote le coscienze. Successo clamoroso della scorsa stagione parigina e ora in turnée in tutta la Francia, lo spettacolo ha decretato il ritorno sulle scene della star internazionale, musa di Pedro Almodovar e icona di un cinema d’autore e di denuncia Victoria Abril. Ed è proprio per la volontà di Victoria Abril che questo testo formidabile è stato prodotto in Francia e lo sarà anche in Spagna, la Abril ha creduto fin dal primo istante nella sua forza e nella centralità del suo messaggio. Adele è una elegante signora dell’alta borghesia sposata a Francesco, un uomo politico di sinistra in corsa da favorito Sindaco per le prossime elezioni municipali.
La loro è una coppia consolidata da più di trent’anni, seppur con qualche marginale incidente di percorso da parte di Francesco con le sue segretarie, su cui Adele, donna di grande spirito, ha voluto sorvolare credendo comunque nella forza del loro amore reciproco. Hanno una figlia adottiva, Luisa, la luce dei loro occhi.
La commedia, perché tale è per pubblico, malgrado sia una tragedia per i personaggi, si apre con la devastante notizia che Adele ha un cancro… alla prostata! Eh sì, Adele non è sempre stata Adele, da giovanissima, dopo una difficile infanzia di convivenza con la propria identità interiore nascosta al resto del mondo, si è sottoposta all’intervento di cambio di sesso, che le ha permesso di intraprendere una vita completa e felice coronata dal matrimonio con Francesco, il quale però non era stato informato del passato della moglie prima di sposarla… Avrebbe dovuto esserlo? Sì? No? La commedia gira intorno a questa domanda e la risposta non è così ovvia. La reazione di Francesco, inizialmente di sincero amore e preoccupazione per la moglie all’annuncio della malattia, si trasforma poi in un drastico rigetto della moglie alla rivelazione del cambio di sesso, rigetto come si ha quando nel nostro corpo riceviamo qualcosa di estraneo, che non ci appartiene e che il nostro sistema immunitario decide di combattere al limite dell’autodistruzione. Francesco rigetta colei che vede come un elemento estraneo, ma che per trent’anni si è insinuato nella sua vita. Adele rivendica il suo essere se stessa, la sua identità piena e consapevole di donna e sinceramente non comprende la reazione del marito. Lei è semplicemente Adele, la stessa persona che Francesco ha spostato trent’anni prima, cosa è cambiato in 5 minuti per aver semplicemente pronunciato la frase “io sono un uomo, anzi ero un uomo”? E noi? Da che parte stiamo? Questo la commedia vuole sapere da noi (lo vuole letteralmente… al pubblico verrà esplicitamene chiesto). E la risposta non è banale!
La costruzione drammaturgica è sottile e ben studiata: riesce a proporre argomentazioni così verosimili da entrambe le parti da frantumare qualsiasi facile preconcetto possiamo avere in un senso o nell’altro. Quale che sia la nostra posizione di partenza, di persone favorevoli a qualunque scelta personale di identità di genere o convinte del valore dell’appartenenza biologica alla nascita al genere maschile o femminile, ebbene in entrambi i casi, quello di cui siamo convinti di essere convinti, può vacillare messi di fronte a un fatto compiuto. Questa commedia ci pone davanti a un fatto compiuto creando totale empatia con i personaggi. Se il teatro vuole avere il compito di svegliare le coscienze, questo testo è certamente il più riuscito degli ultimi decenni. Non è un testo che ci parla di un disagio altrui sul quale aprire gli occhi, come molti testi fanno proponendosi come finestra su realtà estreme e proprio per questo distanti, perché la finestra, poi, finito lo spettacolo, si richiude. Lo spettatore torna a casa con la coscienza un po’ più ripulita perché ha adempiuto all’impegno di assistere a uno spettacolo di denuncia sociale, ma di fatto nulla cambia dentro di lui.
Qui no, non si richiuderà niente perché quel che apre il testo non è una finestra sul’esterno ma sul nostro intimo! Ciascuno per proprio conto non potrà sfuggire al semplice, banale, ma astuto meccanismo di “fare il tifo” per uno o per l’altro o una volta per l’uno e una volta l’altro, perché la ragione nella vita vera, può passare di mano ma soprattutto di chiedersi “e se succedesse a me”? Ci si identifica al 100% e da questo non si torna indietro. E la domanda non riguarda solo l’identità di genere, ma il rapporto fra coniugi, quello con i figli, con l’opinione pubblica e non ultimo con l’etica professionale.
Viviamo in una società in cui purtroppo le nostre idee si formano su poche righe di titoli a effetto scrollate in rapidità su di un cellulare. Non si ha più tempo o la pazienza di leggere gli articoli, ma solo poche parole confezionate per attirare l’attenzione sul banner pubblicitario posto accanto. Così ci formiamo idee, opinioni, soggetti su cui discutere sui social.
E se è vero che un certo teatro reclama la funzione di scavare nelle coscienze, è anche vero che chi va a vedere testi che vantano questa funzione sono già persone predisposte in partenza. Ed è autoreferenzialità che esclude la maggioranza, la quale sfugge e non riceve alcun messaggio perché la verità è che non ha alcuna voglia di riceverlo. Questo spettacolo invece si propone per una platea ampia e globale, perché si presenta come commedia e della commedia assicura verve e brillantezza ma, è strano doverlo dire di un testo non nostro, graffia e colpisce nel vivo come nella migliore tradizione delle commedie all’italiana d’autore.
Ma la verità è che questo nuovo teatro francese in maniera fresca e contemporanea, sotto forma di tragicommedia, torna sostanzialmente alla funzione originaria del teatro greco, che non parla genericamente della società, ma parla con specificità all’individuo dell’individuo.