Spettacoli

TERAMO - Smeraldo Cinema
Venerdì 27 gennaio 2017 ore 17:30
Roberto Prosseda, pianoforte

Giornata della memoria

in collaborazione con l’Associazione Mendelssohn

Mendelssohn inedito” - documentario
di Roberto Prosseda e Angelo Bozzolini
regia Angelo Bozzolini

Mendelssohn im Judischen Museum Berlin” – cortometraggio
musica Luca Lombardi
regia Antonio Bido

INGRESSO LIBERO

Ore 21 - Sala Polifunzionale della Provincia
Concerto di Roberto Prosseda, pianoforte

F. Mendelssohn-Bartholdy
6 Lieder ohne Worte
                                              op.19 n.6 - op.38 n.2 - op.38 n.6 - op.53 n.2 - op.19 n.1  - op.62 n.6

                                              Rondò Capriccioso op. 14 in mi magg.

                                              Fantasia op. 28 in fa diesis minore
                                              Con moto agitato - Allegro con moto - Presto

L. Lombardi
Mendelssohn im Judischen Museum Berlin (2014)

Proiezione del cortometraggio Mendelssohn im Judischen Museum Berlin
regia Antonio Bido
musiche Luca Lombardi
prolusioni di Antonio Bido e di Marisa Andalò, co-sceneggiatrice

Questo concerto, concepito dalla Società Primo Riccitelli in collaborazione con l’Associazione Mendelssohn, è dedicato al grande compositore tedesco di origini ebraiche Felix Mendelssohn-Bartholdy, nel giorno della in cui si celebra la Giornata della Memoria. Mendelssohn-Bartholdy, convertito al Protestantesimo, ha integrato nella sua musica l’identità ebraica con la sua cultura romantica tedesca, e rappresenta un indispensabile anello di congiunzione tra Classicismo e Romanticismo. In questo programma sono presentate alcune delle sue più ispirate musiche pianistiche, unite ad una composizione del 2014 scritta dal compositore Luca Lombardi, “Mendelssohn im Jüdischen Museum Berlin”, eseguita in prima assoluta al Museo Ebraico di Berlino il 15 giugno 2014. Su questa composizione si basa il nuovissimo cortometraggio di Antonio
Bido, qui presentato nella prima proiezione pubblica, e del quale si allega una più dettagliata presentazione, a cura della co-sceneggiatrice Marisa Andalò.

Roberto Prosseda ha guadagnato una notorietà internazionale in seguito alle sue incisioni Decca dedicate a musiche inedite di Felix Mendelssohn, tra cui quella con il Concerto in mi minore con Riccardo Chailly e la Gewandhaus Orchester. Nel 2013 ha completato l’integrale pianistica di Mendelssohn in 9 CD (Decca). È attualmente impegnato nell’incisione per Decca dell’integrale delle Sonate di Mozart. Ha suonato come solista con la London Philharmonic, la Gewandhaus Orchester, la Filarmonica della Scala, l’Orchestra Santa Cecilia di Roma, la New Japan Philharmonic, la Royal Liverpool Philharmonic, la Moscow State Philharmonic, la Bruxelles Philharmonic, e ha tenuto concerti alla Wigmore Hall di Londra, alla Philharmonie di Berlino, al Gewandhaus di Lipsia, al Teatro alla Scala di Milano. Ha curato vari cicli radiofonici per Radio Vaticana e Radiotre ed è co-autore di tre documentari, dedicati a Mendelssohn, Chopin e Liszt. È autore del libro “Guida all’ascolto del repertorio pianistico” (Curci, 2013).

Antonio Bido, affermato regista cinematografico, ha realizzato centinaia di documentari e spot pubblicitari oltre a diversi film lungometraggio anche con cast internazionali, tra cui “Blue Tornado, con Patsy Kensit”. In particolare due suoi film thriller degli anni 70, “Il gatto dagli occhi di giada” e “Solamente Nero”, sono diventati dei cult editati in quasi tutto il mondo in DVD e Blu Ray). Ha iniziato a fare cinema giovanissimo realizzando poi nel periodo universitario (è laureato in lettere e filosofia) lungometraggi sperimentali che hanno ottenuto prestigiosi premi. Appassionato di musica e in particolare di quella classica (ha studiato pianoforte), già nel 1971 ha realizzato un cortometraggio musicale in 8mm sul brano “Moto Perpetuo” di Nicolò Paganini: una vera e propria “acrobazia in immagini” che rende benissimo il carattere virtuosistico del pezzo. Ma è solo dal 2014 ad oggi che quella passione giovanile si è concretizzata in due video musicali personalissimi, il primo sulla fantasia in Re minore di Mozart suonata al piano dallo stesso Bido, il secondo sulla “Danza macabra” di Saint Saëns/Liszt, suonata e interpretata dal giovane e talentuoso pianista Axel Trolese. Con questo terzo cortometraggio sulla musica di Luca Lombardi “Mendelssohn im Jüdischen Museum Berlin”, suonato e interpretato dal grande pianista Roberto Prosseda, Antonio Bido ha dovuto confrontarsi con la difficoltà di interpretare per immagini una partitura complessa ed evocativa, promuovendo una mobilità di idee e percorsi mentali non facilmente esprimibili se non attraverso una raffinata sequenza di immagini fortemente simboliche.

“Mendelssohn im Jüdischen Museum Berlin”
Cortometraggio musicale di Antonio Bido
Note a margine di Marisa Andalò

È importante ricordare le sensazioni e le conseguenti motivazioni che sono alla base del video e, prima ancora, della sceneggiatura. Infatti, a seguito dell’ascolto ripetuto e attento del brano e dopo la visita al Museo ebraico di Berlino, si è consolidata l’idea di raccontare una brevissima storia di quotidianità serena. Serena perché c’è una famigliola affiatata e ci sono i gesti rassicuranti della ritualità domestica. Ma ben presto, come è sembrato suggerire l’opera, qualcosa di tremendo incombe sulla famiglia, qualcosa che non si sa che sia, che non si può spiegare né vedere realisticamente e che visivamente viene simboleggiato dal vento. Un vento che spazza via tutto, oggetti, persone, ricordi, e che lascia dietro di sé il vuoto incolmabile della perdita.Poi c’è Mendelssohn. Il video, come suggerisce il titolo dell’opera, racconta il “viaggio” del musicista nel Museo ebraico di Berlino. Come un novello Dante la sua è una discesa all’inferno, l’inferno di un enigma, quello dei campi di sterminio e della “soluzione finale”, che l’architetto Daniel Libeskind è riuscito a ricordare con la sua “architettura traumatica” (Kelsey Bankert), zigzagante, scomposta, labirintica, sfuggente, dissonante, non familiare né prevedibile, dove l’assenza di figure, suoni, oggetti e gesti prevedibili rimanda simbolicamente ad altre “insensatezze”, altre assenze, scarti, scomparse, vuoti, silenzi, come nella musica di Lombardi, nell’interpretazione di Prosseda e nelle immagini di Bido.
Mendelssohn è un testimone del passato che, suo malgrado, attraverso la storia tormentata del popolo ebraico raccontata nel Museo ebraico di Berlino, assiste alla furia di una storia e di un futuro che non ha conosciuto e non può che prenderne atto grazie alla musica che qualcun altro ha composto per lui e per noi.  Le immagini del Museo, con i suoi “assi” dell’esilio e dell’olocausto, le feritoie e gli angoli acuti di muri ricoperti di zinco, sono una gigantesca, tragica e commovente metafora del destino di violenza e sopraffazione che chiunque, ebreo e non ebreo, può subire, in ogni momento e quando meno se l’aspetta, quando la follia, il fanatismo e l’odio hanno il sopravvento sulla ragione. Quando il vento non accarezza e spinge, ma abbatte e sradica.
Il pianista, nella scelta registica di Antonio Bido, è il vero narratore della storia, colui al quale è affidato l’impegnativo compito di dar voce/suono alle note scritte dal compositore, ai suoi silenzi, ai crescendo ed ai pianissimo, alla rabbia e alla compassione evocate dalla partitura. Le immagini ricorrenti del pianista che suona, del suo volto sofferente, i dettagli delle mani alla ricerca del tocco migliore e di complicati intrecci, rappresentano l’unico aggancio al presente e un convinto monito affinché non ci lasciamo offuscare dall’oblio. La domanda d’inizio del nostro viaggio è stata: è possibile dare voce, suoni – musica – a un trauma così complesso come quello dello sterminio degli ebrei senza servirsi delle parole? E in che modo l’interprete di quella musica, il pianista in questo caso, può intrecciare il suo vissuto, le sue emozioni, con le proprie conoscenze teoriche e tecniche e con la propria ficisità (davvero potente nel caso di questo pezzo)? E come può l’arte cinematografica dare visibilità a un “passato che – come ha scritto Christa Wolf – non è morto; e non è nemmeno passato. Noi ci stacchiamo da esso fingendoci estranei”? Raffigurare l’invisibile, narrare l’inenarrabile: di questo si è trattato.
Vale la pena citare l’inizio di “Vita e destino”, di Vassilij Grossman: “… Era uno spazio riempito di linee rette, uno spazio di rettangoli e parallelogrammi che fendevano la terra, il cielo d’autunno, la nebbia… Poi dalla nebbia emerse la recinzione del lager: più giri di filo spinato tesi tra piloni di cemento. Una dietro l’altra, le baracche formavano strade ampie e dritte. La ferocia disumana dell’enorme lager si esprimeva in quella regolarità perfetta… E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne”.
E’ contro la regolarità della simmetria, la “tirannia di quella griglia”, come la definisce l’architetto Libeskind combattendola con tutte le sue forze, che irrompe l’Arte del video “Mendelssohn im Jüdischen Museum Berlin” nelle sue molteplici espressioni che si confrontano e intrecciano per riproporre significativamente una storia “tortuosa”, la storia di un popolo (ma anche di una specie, quella umana) attraversata dal male.